Sprezzante violenza domestica

Sprezzante violenza domestica

                          
                                 
   Non parlo di femminicidio. Quello è altro. E’ un crimine brutale, animalesco, non degno di un uomo, neanche soltanto quale “essere umano”.
 Parlo di violenza, cioè di violazione. E di disprezzo. 
 Violare implica non solo violazione fisica, anzi: proprio ricorrendo al suo significato di “profanazione”, mostra in sé una componente morale, psicologica, di mortificazione dell’essere ancora più che di danneggiamento tramite lesioni fisiche.
 Il disprezzo, similmente, ha in se’, oltre al cattivo apprezzamento, anche l’intento di umiliare. Si può disprezzare senza particolare enfasi apparente. Pur mantenendo lo stesso tono di voce, l’individuo violento può esprimere il – premeditato – disprezzo, senza alcun mutamento di maschera facciale, con gelide parole che annientano l’altro. Oppure, con atteggiamento sarcastico, ridicolizza l’altro. 
 La violenza domestica, in particolare, sfrutta vilmente la cristallizzazione di cui alcune volte possono soffrire le relazioni interpersonali all’interno della famiglia. E su questo, giorno dopo giorno, instilla goccia dopo goccia il veleno della violenza subdola, quella che vuole intaccare l’autostima dell’altro, e lo fa!, banalmente minimizzando le qualità di quella persona e i suoi pregi, con dispregio, appunto.
 Ovviamente, risulta più facile riuscire a ridurre l’autostima di una persona già in difficoltà, o in posizione svantaggiata. Chi fa questo agisce, vigliaccamente, per invidia. Per esempio: un marito che denigra una moglie casalinga, che non lavora, o più precisamente, che non svolge un proprio lavoro fuori casa, in realtà probabilmente lo fa perché avverte un proprio livello intellettivo insufficiente rispetto alla normalità della moglie, e proprio il disagio che ne deriva scatena la violenza, a volte malcelata da un perbenismo ipocrita. Ferite inferte nell’identità più essenziale, la mente, in tal modo fatta a pezzi.
 Non dobbiamo consentire, in alcun modo e categoricamente mai, neanche nei rapporti parentali più estesi o nelle relazioni amichevoli, che da entrambe le parti in atto si entri in un “ruolo” da cui poi non si esce più, anzi, che si sclerotizza proprio bloccandosi in quella relazione viziata.
 In alcuni casi, la consapevolezza, più o meno chiara, della propria inferiorità intellettiva induce, per esempio, un marito ad imporre (“convincere” con argomentazioni apparentemente quasi plausibili quali l’opportunità di una maggiore cura della casa, dei figli, delle relazioni sociali, la comodità dovuta a un reddito alto) alla moglie di “rinunciare” alla propria vita professionale, mettendo così in forma “attiva”, cioè come azione da parte della donna, una decisione che di per se stessa, invece, è “passiva”, cioè subita, quale prevaricazione ben confezionata.
 In soldoni, in caso di violenza domestica c’è chi è entrato nel ruolo di boia e chi in quello di vittima.
 Tutto questo nella più quotidiana e falsa calma apparente.
 Sono molte le parole che vengono adoperate per annientare l’altro, o l’altra, nella quotidiana sprezzante violenza domestica, anzi, sono innumerevoli, ciascun individuo violento adopera quelle più attinenti al proprio grado intellettivo ed alla propria cultura, cioè alla propria capacità di intellezione.
 Alcuni uomini, per esempio, per appellare una bella donna dicono “femmina”, che invece indica il genere, femminile, anche degli animali, e palesano, così, una ingiustificabile deminutio di genere, una violenza sul genere femminile, appunto.
 Altre espressioni verbali pronunciate nei discorsi tra uomini, e a volte ingenuamente anche in presenza di donne (che in tal modo completano adeguatamente le proprie opinioni su un tipo di “maschio” - e se adoperassimo anche noi donne questo vocabolo attribuendogli il senso di deminutio di genere?-) sono frasi come: “mi piacciono tutte”. Frasi intrise di una mascherata violenza insulsa, talvolta accompagnata da sorrisi beffardi, che rendono ancora più evidente il disprezzo tutt’altro che consapevole, quindi la scioccaggine, di chi pronuncia dette frasi. Scioccaggine, per non voler parlare di bassezza e di viltà al pari disgustose.
 Altre espressioni verbali, simili a queste, sono anch’esse davvero complicate da appellare, perché sembrano frutto e sintesi di un complesso coacervo di abiezioni e miserie intellettive.
 Quando si conversa, è ovvio, si esprimono concetti, idee, emozioni, fatti di cronaca, in cui, naturalmente, sono presenti soggetti sia maschili che femminili. Di ogni fatta, come è normale che sia. E non c’è costrizione alcuna a fare apprezzamenti sugli uomini, né sulle donne, a meno che l’argomento della conversazione lo richieda necessariamente.
 Quindi, suonano già sgradevolmente inutili frasi di commento alle peculiarità femminili di qualche ignara donna malcapitata, suo malgrado, tra le parole di una conviviale conversazione. Ancora più grette, oltre che, appunto, subdolamente violente, suonano perciò frasi pronunciate in riferimento alle “femmine”.
 Frasi da bettola. Frasi evocative di ambienti ed epoche lontanissime, medievali o letterarie, ormai non concepibili dalle nostre menti, colte e civilizzate. Frasi la cui ambientazione sembra essere in luoghi dell’immaginario romanzato dove, tra parole sconce, schiamazzi, trivialità e prostitute, manifestazioni di tale meschinità, con contorno narrativo di ilare scurrilità, probabilmente non sarebbero state neanche raccolte.
 Ciascuno si qualifica da se’, ovvio. E questo non ci tange, semplicemente si sa.
 E’ però da sottolineare che frasi come queste, se poi accompagnate da maschere facciali un po' da idiota un po’ da psicopatico, prevalenti persino sull’espressione dell’ossessione morbosa per l’argomento “femmine”, sono, comunque, cariche di violenza. Violenza domestica, appunto, e violenza di genere.
 L’ordinarietà con cui a volte tali frasi vengono pronunciate da un soggetto può sottendere, inoltre, molte problematiche a suo carico. Alcune: 1) violenza nei confronti della propria donna, che in quel momento non può reagire, perché assente o indifesa o imbarazzata, o forse perché ormai intrappolata nel ruolo cristallizzato in cui pensa che tutto ciò sia talmente frequente da essere accettato come “norma”; 2) incapacità di giudizio, cioè inabilità a valutare la donna, il suo genere, quindi violenza di genere; 3) livello basso di autostima, così estremo da indurre, inconsapevolmente, il soggetto a mettere in atto un comportamento istintuale nel tentativo di una disperata affermazione della propria virilità (così, però, mette definitivamente in ombra qualsiasi altro ipotetico proprio punto di merito che incrementerebbe invece la stima di se’; 4) grande povertà, generalizzata.
 Profonda pena. Purtroppo, in un soggetto adulto, la personalità, insieme con i suoi eventuali disturbi, narcisistico o istrionico che sia, è stabilmente strutturata e soltanto con molta fatica ristrutturabile.
 La pena e la commiserazione aumentano, perché rischiano di perpetuarsi, se contiamo i figli. Perché i figli, si sa, così come gli animali, avvertono il linguaggio non verbale, cioè assorbono ciò che le parole sottendono, molto più delle parole pronunciate.
 Così, assorbono violenza psichica, violenza domestica, piccineria intellettiva che genera mortificazione del prossimo, violenza di genere. Violenza. Comunque.

                                                                                                                                                                                                                                      Lucrezia Cutrufo
                                    

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