Pronto Soccorso Policlinico Tor Vergata

9 ore per una tac

Pronto Soccorso Policlinico Tor Vergata

Siamo al Policlinico Tor Vergata, a Roma. All’interno del Pronto Soccorso c’è un sovraffollamento che ormai sembra sia la norma. Pazienti parcheggiati lungo i corridoi, dove chi è fortunato riesce ad ottenere una lettiga altrimenti è costretto a passare la notte su una sedia. La cosa peggiore è la frequenza con cui i pazienti vengono monitorati. Dopo una breve visita, in base all’urgenza e all’assegnazione del codice del Triage, l’iter prevede che i pazienti sostino lungo i corridoi e se va bene viene somministrata la terapia di cui hai bisogno, ma attenzione questo solo su tuo sollecito.

Questa è l’esperienza di cui sono stati protagonisti diverse persone che si sono recate il giorno prima di san valentino al Pronto Soccorso. Mario entra in P.S. alle ore 15,00 del 13 febbraio, dopo essere caduto con la sua sedia a rotelle e riportato un trauma cranico, perde sangue e viene in primis osservato da due infermieri, tamponano con una garza e gli viene assegnato un codice verde. Premesso che Mario è un uomo di 88 anni con demenza senile, cardiopatia, pregressa ischemia celebrale, diabetico che è stato dichiarato malato terminale per un tumore alle ossa non può camminare è carrozzato, quindi prende miriadi di medicinali oltre alla terapia del dolore. Viene inviato fuori dalla stanza n.2 per una visita chirurgia e attende di essere chiamato, nel frattempo la figlia tampona il sangue che sta uscendo. Riesce ad entrare in stanza dopo due ore di attesa e dopo numerose richieste della figlia riesce ad ottenere almeno il ghiaccio per l’escrescenza. Una volta visto dal chirurgo e disinfettato, viene richiesta una tac del cranio per trauma cerebrale, che viene eseguita dopo circa 6 ore. Nel frattempo Mario è lasciato a sé, mai osservato, a digiuno e senza bere acqua. Eseguita la tac viene riportato nel corridoio e lasciato ancora li in attesa. Nel frattempo a Mario iniziano i dolori per la sua malattia oncologica ma alla figlia, che chiede almeno una tachipirina per il padre, viene detto che non possono fare nulla perché lui è un trauma cranico. Riesce però, dopo aver segnalato tante volte che il padre è diabetico, che gli venga fatto lo stick per misurare la glicemia che comunque rimane un mistero visto che dalle 15,00 Mario non mangiava e non beveva. Finalmente alle 23.00 esegue la tac e viene nuovamente parcheggiato nel corridoio. Alle 24.00 ancora non si sa nulla della tac, secondo i medici la radiologia ancora non aveva inviato la risposta. I dolori aumentano e la figlia sollecita il medico e comunica della necessità di portare il padre a casa per somministrargli gli antidolorifici e la morfina, visti i forti dolori alle gambe.

Verso le 00.20, dopo che la figlia scopre che la tac è già da mezzora arrivata in reparto, irrompe nella stanza dei medici dove a questo punto la dottoressa, stranamente, gli comunica che la tac è negativa ma deve fare altre 12 ore di osservazione. Purtroppo Mario è stato costretto a firmare le dimissioni e uscire dall’ospedale per poter placare i suoi dolori.

Ecco a cosa siamo costretti ad assistere, malati che firmano le loro dimissioni per andarsi a curare a casa. Nello stesso corridoio c’è Antonio, circa 50 anni, che dorme su una sedia, senza mangiare e bere se non grazie ai famigliari che gli portano qualcosa, lui aspetta da 2 giorni la consulenza dell’infettivologo ma questa non arriva. Poi ce il signor Paolo di 78 anni, vicino a lui ce la moglie preoccupata, sono due giorni che non beve e non mangia, non gli dicono il perché, solo dopo che il nipote alza un po’ la voce con il medico di turno riesce a ottenere una flebo. Verso le 20,00 si vocifera tra pazienti che sarebbe opportuno procurarsi delle coperte per chi dovrà passare la nottata in P.S. e l’unico modo per averle e prenderle di nascosto da una stanza senza farsi vedere. In pratica ciò che è un diritto i pazienti lo devono rubare….

Per quanto riguarda il personale del P.S. È comprensibile che il lavoro svolto da queste persone si esegue sotto stress per mancanza di personale o per casi di emergenza. Però questo non giustifica il modo come vengono trattati malati e familiari. Se il familiare richiede notizie sul proprio caro non gli si può rispondere innervositi e quasi scocciati o disturbati. Se un malato richiede un presidio, tipo un po’ di ghiaccio, non gli si può rispondere: “se ce lo abbiamo poi te lo portiamo” e poi non si vede più nessuno. Insomma almeno un po’di educazione sarebbe gradita. E su questo è doveroso sottolineare il lavoro di due addetti al Pronto Soccorso, in particolare presenti la sera in questione, di cui non farò nomi ma leggendo l’articolo si riconosceranno. Un’infermiera, che chiamerò Anna, che ha accolto Mario all’arrivo. Si era appena ferita ad una mano per tirare fuori da una macchina un uomo giunto con un infarto. Lo ha tirato fuori dalla sua auto con una prontezza e professionalità unica, e solo in serata poi ho saputo che il signore si era salvato. Con Mario è stata di una dolcezza unica, pronta a capire lo stato di degenza in cui si trovava l’uomo, e la pazienza e dedizione nel vedere come si prendeva cura di lui, e degli altri, fa veramente pensare che l’umanità allora risiede nel cuore di alcune persone. Poi c’è Luca il tecnico radiologo, che si è prodigato, appena preso servizio verso le 21.00, di eseguire al più presto la tac a Mario (a lui non è servito molto per capire che da lì a poco Mario avrebbe iniziato ad urlare per i dolori del cancro).

Io mi chiedo? perché vedere tanta predilezione in questo lavoro solo da parte di alcune persone. Mi rivolgo a voi dottori e infermieri del Pronto Soccorso, ma anche degli altri reparti, sembra quasi che state lì per farci un favore e vi scocciate se vi si chiede qualcosa. Anzi, ricordo perfettamente un infermiere sottolineare una frase, mentre cercavano una signora. “Eccola lì…la riconosci la signora Rossi perché è l’unica che sta zitta e non chiede niente a nessuno, non la sentirai mai parlare”. Ci manca che aggiungesse “per fortuna”.

Signori ricordatevi che la salute è un bene prezioso e voi siete i preposti a dovercela garantire, non perché siete stipendiati ma perché è il lavoro che avete scelto che lo richiede. Non state riparando un paio di scarpe che poi le accantonate e le riprendete quando vi va. Siamo persone che vanno rispettate, a maggior ragione se in caso di indigenza, e se per caso vi scappa anche una parola dolce ricordate che al paziente può giovare più di un medicinale.

Insomma, se un povero anziano va in Pronto Soccorso da solo deve solo sperare che qualcuno si accorga della sua presenza se vuole uscire poi dall’ospedale.

Lorella D'Aniello


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